Pastarelle con l’ammoniaca

Fame e tenerezza

Chiamava forte, ma perfino l’erba era più alta della sua coda e fra le stelle del venerdì sera a poco a poco si quietava. Ogni tanto, quando la forza tornava,riprendeva a chiamare e tra la terra mossa dell’orto incespicava. Gli occhietti erano più neri della notte appena trascorsa e a volte capitavano ombre, poi un po’ alla volta più niente. Per tutto il sabato aveva traballato cercando di scaldarsi sotto la luce del sole e solo nel pomeriggio, passeggiando persa nei miei pensieri, avevo colto quel richiamo che lontano mi era sembrato di sentire appena la sera prima.
Stava, abbandonato a se stesso, vicino a una vecchia capanna, un piccolo batuffolo bianco e nero, magro e infreddolito, con gli occhietti chiusi dalla malattia. Nonostante la cecità mi aveva trovata, e ora non miagolava più rivolto verso il cielo arrampicandosi in vano sull’erba, ma seguiva forse la mia ombra, o forse la mia sorpresa, arrampicandosi sulle mie scarpe. Quando finalmente ha smesso di miagolare a gran voce, nel silenzio di un momento di assoluta gratitudine verso il calore del mio corpo, ho sentito l’altro flebile richiamo. Un fratellino.
Stava sotto le assi della capanna. Incapace di uscire, forse incastrato, forse spaventato, forse troppo debole.
Siamo riusciti a liberarlo solo domenica mattina, dopo una lunga notte trascorsa al freddo.
Un corpicino scosso solo da brividi e silenzio, con lo sguardo socchiuso da radi respiri. Si è stretto alla borsa dell’acqua calda come a una mamma, tornando a poco a poco al suo corpo.
Ho trascorso la settimana tra latte in polvere e miagolii e allattare all’inizio è stata un’impresa. A insegnarmi come dovevo fare è stato il secondo gattino, quello che abbiamo estratto da sotto le assi. Non dovevo aver fretta, dovevo dargli il tempo di trovare il suo posto tra le braccia, di sentire gli odori, di farsi voler bene e poi potevano mangiare, con sempre più entusiasmo, con sempre più vita.
Oggi il primo piccolino è dal veterinario. La malattia agli occhietti e la sua magrezza lo hanno spossato al limite nonostante le cure. Ha speso tutte le sue forze per chiamarmi, facendo la voce più grande del suo corpicino perché sentissi lui e il suo fratellino. Mi si è rannicchiato sul collo facendo le fusa e così, piccolo piccolo com’era, mi ha fatto il cuore più grande. Spero ce la faccia.
Preparando il latte in polvere per dargli un po’ di forza mi è venuta in mente mia mamma. Chissà che fatica crescere due gemelle se per me già è stata una lotta d’amore e pazienza giostrarmi per una settimana con due gattini! Che grande cosa l’amore!
Avete presente l’espressione “nutrire un affetto”? Io la trovo più che perfetta. L’affetto non è una cosa astratta, è un qualcosa che ti senti nel corpo, che cresce, si nutre… ma con cosa?
Penso a qualcosa di leggero, di semplice. Bastano pochi ingredienti e mia mamma lo sa. Per questo se penso a una ricetta che esprima tenerezza mi torna in mente la sua dose per dei biscotti da inzuppo che adoro. Ve la lascio di seguito 🙂

Pastarelle con l’ammoniaca

Ingredienti:

  • 5 uova
  • 25 g di ammoniaca
  • 300 g di zucchero
  • 1 bicchiere di latte
  • 600 g ca. di farina 00 (la quantità è indicativa, non ho una dose precisa, faccio sempre a occhio! Le pastarelle devono raggiungere una consistenza piuttosto molle senza rimanere troppo liquide)

Procedimento:

Le pastarelle con l’ammoniaca sono semplicissime da preparare.
Basterà unire gli ingredienti. All’ultimo aggiungo ammoniaca e farina, un po’ alla volta fino ad avere un impasto abbastanza molle, dopodiché mi aiuto con un cucchiaio ponendo l’impasto delle pastarelle all’ammoniaca su una teglia coperta di carta forno.
Le pastarelle vanno lasciate ben distanziate perché cresceranno parecchio in forno.
Ho cosparso le mie pastarelle all’ammoniaca con zuccherini colorati, ma potete ricoprirle con un po’ di zucchero semolato o granella a seconda dei vostri gusti.
Io le cuocio a 180°C per pochi minuti, finché non sono gonfie e dorate.
Lasciate raffreddare.
Sono perfette da inzuppare a colazione nel latte, sono quindi un ottimo dolce se avete dei bimbi 🙂

Se volete potete aggiungere un po’ di scorza di limone per aromatizzare l’impasto o tentare tantissime altre varianti!

E voi? Con quale ricetta “nutrite la tenerezza”?

All’amore e alla torta al caffè

Per amare servono due cuori,
per ogni cuore una vita insieme
per una vita l’identico amore.


34 anni sono più di quanto io abbia vissuto, e molto più di tante parole.

Quando mi sono innamorata ho avuto la strana, incredibile sensazione di esserlo sempre stata. Così ricordo il mio innamoramento come un momento di stupore, di quelli in cui si rimane con gli occhi grandi e le labbra socchiuse.
Se ci penso mi vengono in mente solo giornate di sole.
L’amore ti cambia. Ti apre come un pacco di Natale, ti dilata e ti stringe. Per questo spaventa, emoziona, scuote… e per questo, per non lasciarsi sopraffare, serve che qualcuno, nell’amore, ci tenga per mano, ci abbracci e ci conforti quando il cuore vuole scoppiare.

Io l’ho imparato quando mi sono innamorata, fra mille dubbi e paure e bellezza, crescendo col mio amore e ora mi domando chissà cos’altro ancora hanno scoperto i miei genitori in questi 34 anni di matrimonio, che oggi festeggiano insieme. Quanto ancora in una vita l’amore ci può cambiare, sorprendere e sorreggere.

Ai miei genitori, alla fortuna di amarsi e a ogni vita che si vive col cuore.

Torta al caffè

Base:

3 uova
120 g di fecola
50 g di farina 00
120 g di zucchero
1/2 bustina di lievito per dolci

Farcia:
500 ml di panna da montare (per farcire e ricoprire la torta)
2 cucchiai di miele

Bagna:

caffè e zucchero

Procedimento:

  • montate le uova con lo zucchero per una ventina di minuti (non sto scherzando, quindi armatevi di santa pazienza!!);
  • aggiungete fecola, farina e lievito setacciati, un poco alla volta, mescolando lentamente dal basso verso l’alto;
  • Versare in una tortiera da 24 cm e infornare a 170°C per 30 minuti circa;
  • Quando il dolce sarà cotto lasciatelo freddare;
  • Tagliate la torta ottendendo due dischi (delicatamente perché la vostra base sarà sofficissima) e bagnateli con il caffè zuccherato.
  • Montate la panna insieme al miele e usatela per farcire e decorare il vostro dolce;
  • Siate più aggraziati di me nel decorarla ( io sono una specie di trattore a cingoli quando c’è da disegnare);
  • Riponete in frigo un paio d’ore.

Gnocchi con formaggi, pera angelica e noci

L’aria è fresca perché respira sulla pella accaldata d’agosto, ma a noi piace questo sole che a tratti scompare e poi si riapre sulle nostre teste come una tenda bianca di lenzuola stese in movimento.

Sarà l’ultimo pranzo in giardino di quest’anno perché settembre si porta per cappello una nuvola e già la terra profuma di funghi e il noce si scrolla di dosso la chioma mentre stiamo qua sotto a parlare.

Ho ricominciato a studiare. La tesi si prenderà il tempo che le serve. Tutto l’autunno e chissà che ne farà dell’inverno, ma per questa piccola estate che ancora per una domenica illumina il prato, tengo i libri sul ripiano e mi sveglio presto per impastare. Ho mosso così il pane di buona mattina, stropicciandolo e stirandolo come si fa ad un corpo che si sveglia.

Con calma il mio compagno ha acceso il forno a legna e verso le 11 aveva già infornato il pane con l’arrosto e le patate.

Per dolce avevo già pronto il ciambellone marchigiano che vi ho già raccontato.

Il forno è una festa a casa mia. Lo era quando stavo a Fratte Rosa e lo è ora che sto a Pergola, come lo era per i miei nonni e per i miei genitori. Il forno a legna è pazienza, calore, mano, ma è anche laborioso e uno spazio ampio, per cui non si accende mai per poca roba. Quando si decide di usarlo è per stare insieme e poi il pane viene buonissimo, così ne approfitto sempre e ne faccio di più, per tutta la settimana.

Quello che più mi ha dato soddisfazione però, e che più di tutto ha fatto settembre in un unico piatto, è stato il primo.

Avevo delle patate così ho preparato gli gnocchi e per condirli ho usato, gorgonzola, parmigiano e taleggio disciolti in una golosissima crema e cosparsi di lamelle di Pere Angelica della vicina Serrungarina (PU). Si tratta di un frutto dolce e delicato, salvato dall’estinzione dalla perseveranza dei produttori locali che, riconoscendone le qualità, l’hanno difesa dalla scomparsa. La Pera Angelica, questa piccola macchia di colore gialla e rossa, cosparsa con una croccante granella di noci, si è armonizzata alla perfezione alla sapidità della crema di formaggi.

La padella dei nostri gnocchi con formaggi, pera angelica e noci, ne è uscita svuotata e ben ripulita e oggi, durante questa breve pausa studio in cui ho deciso di scrivere questo post, la pera angelica mi ha fatto da merenda rievocando l’inaspettata delicatezza di questo piatto che, nei suoi colori, somigliava alle nuvole bianche che questa domenica ci attraversavano quiete.

Ciambellone marchigiano e crema di nocciole

Abbiamo preso un divano nuovo. È semplice, bianco e a due posti. Non un divano letto, non una penisola, niente schienali reclinabili e niente poggia piedi. Solo un divano, ma la sala ora è tutta un’altra stanza. Sempre piccola e piena di libri, ma più luminosa e soprattutto più comoda. Appoggiare la schiena mentre si legge, mentre si guarda un film, mentre si chiacchiera è un ottimo presupposto. Stare comodi mentre si fa qualcosa che ci piace è fondamentale, perché non si disperde energia ad aggiustarsi, a rigirarsi e spostarsi in continuazione. Ci si concentra completamente su ciò che si sta facendo. Quindi un divano nuovo ci voleva.
Così abbiamo salutato agosto preparando il nostro nido per l’autunno che a breve arriverà. Non fraintendetemi, non ho fretta che il freddo arrivi! Non sono una di quelle persone che odiano l’estate perché è caldo e l’inverno perché è freddo. Ogni stagione ha il suo perché, ma settembre per me è il mese dei cambiamenti e delle riprese. È il mese in cui si ricomincia, si ritrovano le routine spezzate dall’estate e gli impegni lasciati in sospeso. È il mese degli scoiattoli operosi che raccolgono le scorte per l’inverno, così anche io entro ed esco dalla mia tana con bracciate di nocciole e se anche voi ne avete in giardino fate come me:

CREMA DI NOCCIOLE

  • 150 g di nocciole sgusciate e poi tostate
  • 2 cucchiai di zucchero a velo
  • 100 g di cioccolato (io preferisco il fondente)
  • 2 cucchiai di cacao  
  • latte di soia (quanto basta a raggiungere la densità desiderata)

La mia crema di nocciole non è certo come la ben nota Nutella. Io la preferisco più amara, infatti uso il fondente e poi non aggiungo olio perché, una volta scaldate, le nocciole mi danno tutta la parte grassa che mi serve. Uso anche il latte di soia piuttosto che quello intero perché sono intollerante, quindi probabilmente la mia versione è più indicata per chi segue una dieta, ma se fate un giro per il web ne troverete tantissime varianti, alcune più golose, lo ammetto, ma a me pare che questa faccia risaltare di più il sapore delle nocciole e del fondente, ma non si conserva come le creme a base di olio in quanto fatta con il latte quindi la consiglio se come me la volete usare subito.

Frullate le nocciole e unitele al cioccolato sciolto a bagnomaria. A questo punto ho aggiunto lo zucchero, il cacao e a poco a poco il latte mescolando per evitare grumi e amalgamare il tutto. Raggiunta la consistenza cremosa desiderata, lasciatela freddare.

Come ho scritto sopra, la mia intenzione era di utilizzare subito questa crema alle nocciole, perché qua nelle Marche abbiamo un ciambellone rustico ripieno fantastico. Se non volete preparare la crema di nocciole potete utilizzarne tranquillamente una già pronta o perché no? Anche una marmellata. Il risultato sarà comunque ottimo.

Il ciambellone marchichiano trae in inganno con il suo nome, perché in realtà non ha né la consistenza, né la forma di un ciambellone. Si avvicina di più ad una crostata come consistenza e a un rotolo come forma. Di solito faccio a occhio con gli ingredienti ma più o meno le dosi sono queste:

CIAMBELLONE RIPIENO MARCHIGIANO

  • 2 uova
  • 120 g di zucchero semolato
  • 80 g di olio di semi di mais (oppure 100 g di burro)
  • 100 ml di latte (come sempre ho usato quello di soia, ma andrà benissimo anche quello intero)
  • 450 g di farina 00
  • vanillina
  • una bustina di lievito
  • crema di nocciole (tipo Nutella) per farcire
  • zuccherini per decorare

Unendo semplicemente tutti gli ingredienti e lavorandoli velocemente con le mani, otterrete un panetto liscio e sodo. Consiglio di aggiungere la farina a poco a poco finché non troverete la consistenza che più vi soddisfa e se usate il burro non scaldatelo troppo con le mani! Le regole sono le stesse della frolla.
A questo punto mettete l’impasto su una spianatoia e stendetelo a forma rettangolare per un cm di spessore con il mattarello.  
Per agevolare la fase successiva mettete il vostro rettangolo su un foglio di carta forno.

Ora prendete la crema di nocciole e spalmatela generosamente al centro del vostro rettangolo di pasta lasciando una cornice di circa di due centimetri.
Ora siamo alla fase più delicata. Quello che dovete ottenere è un filoncino quindi dovrete chiudere il lato lungo del rettangolo. Alzandolo con la carta forno che avete messo sotto, l’operazione sarà più facile e non rischierete di rompere la pasta.  Una volta chiuso, premete bene ai bordi perché non esca il ripieno in fase di cottura.

Spennellate il vostro ciambellone marchigiano ripieno con del latte e cospargetelo di zuccherini e infornatelo a 180°C in forno ventilato per circa 30 minuti.

Una volta raffreddato sarà perfetto a colazione!
Noi ce lo siamo gustato accomodati sul nostro divano nuovo in una domenica di pieno di relax.


Come sempre fatemi sapere se avete provato questo dolce e se avete consigli, aggiustamenti o varianti 🙂

Un pezzo di pane

L’estate senza scuola, l’estate a casa. Il sole aperto sui mattoni e l’erba fresca sotto al gelso. Ci richiamava il campanile del Convento dai giochi, dal piazzale ancora non asfaltato, mescolandosi alla voce del balcone, quella voce che ricordo e che ora non sento più.
Così io e mia sorella saliamo le scale. Un po’ ci rincorriamo, ma solo un poco perché mia sorella corre a fatica, zoppica appena e con la sinistra già cerca la mia mano destra, così saliamo tenendoci e affrettandoci davanti al portone. Se già non lo hai sentito uscire dalla finestra era solo perché eri presa dal gioco e non ti volevi accorgere di mezzogiorno, ma il profumo ha già riempito ogni cosa perché è da ore che si rigira nel cucinotto sobbollendo appena. 

Tra mezz’ora babbo e mamma torneranno dal lavoro. Il tempo di mangiare, lavare i piatti e ripartire.

C’è ancora la sala, la stanza dei giochi. Io e mia sorella siamo ancora bambine e aspetteremo lì che tutti ritornino per pranzo, perché la stanza è fresca: la grande tenda bianca svolazza appena dando sul retro della casa e lì il sole arriverà solo più tardi. Disegneremo un poco sul grande tavolo rotondo che ancora ci accoglie a casa di mio zio, dove ancora riconosco i vecchi muri, anche quelli abbattuti e le vecchie porte che si aprono solo sui ricordi e non più sul vecchio ingresso.

La voce che ricordo, buona e paziente, ancora ci chiama e il profumo ci prende per la vita. Giocare mette una gran fame. La felicità e la serenità mettono una gran fame, ma il pane fresco è già tagliato e il sugo è ormai pronto. Ora lo chiamiamo aperitivo, ma più di vent’anni fa era un segreto tra me, mia sorella e quella voce silenziosa che ci strizzava l’occhio, rubava il ragù al pranzo e ce ne metteva un poco, soffiando, sul pane. 

Passeranno tante altre estati, suoneranno per anni le campane del vecchio Convento e cambieranno le cose, entrerò e uscirò con mia sorella per così tante volte dalla porta del cucinotto incontrando quelle voci che ora mi mancano tanto e poi ci saranno altri luoghi e altre estati, nuove età… ma ancora strizzerò l’occhio in segreto, rubando un po’ di sugo al pranzo per dare un pezzo di pane ancora fresco, ancora caldo e ancora buono, a tutti i miei ricordi.

Grazie a tutti per gli aguri di ieri , di buon compleanno, a me e a mia sorella ❤

Ferragosto

Il sole oggi è una schiena tatuata al centro dall’ombra di un noce, su cui fra le fronde sta appeso il mare all’orizzonte.

Oggi l’estate è un’anguria a metà, uno spicchio di luce sui piatti e sui volti; un raggio che gira e calpesta le rive, le vie e le piazze; una lanterna in festa, una fiamma, una brezza, un portico; pane caldo, bocche, una chiesa e la strada di breccia, il passo di casa, su cui il giorno si sfrega e s’accende la festa nel cuore d’agosto.

Rossini: a tavola col Maestro

Il mio naso, come ogni naso, è una punta, la cima della faccia. Ovvio, bisogna guardarla in orizzontale, mentre dormo o prendo il sole (o mentre dormo prendendo il sole), però se la mettiamo così può proprio essere una vetta. Non ho un nasino alla francese, forse è un pelo ingobbito, comunque la vogliamo mettere direi, senza ombra di dubbio, che è giusto, anzi, perfetto per la mia faccia e assolve benissimo al suo dovere.
L’altro giorno per esempio ha funzionato talmente tanto bene che un profumo se l’è inventato e sulla cima è comparsa sventolando una bandiera: conquistata.

Non so dove e non so come mi ero svegliata con una gran voglia di tartufo, talmente tanto grande che sentivo nell’aria l’aroma buono del nero estivo. Avevo per lingua una tagliatella tanto mi andava uno scorzone, così ho fatto presto: questo è il bello di stare nelle Marche, da noi il meglio è dietro l’angolo! Ne ho preso uno piccolino, quanto bastava a renderci felici in due. 

Il tartufo nero estivo è l’unico disponibile fresco in questo periodo ed è perfetto per essere aggiunto in cottura, a differenza ad esempio del bianco pregiato che dà il meglio di sé grattato fresco sulla pietanza. 

Siccome il 12 agosto comincerà il Rossini Opera Festival e io non vedo l’ora di andare a curiosare in questo evento marchigiano di portata Internazionale, mi sono lasciata ispirare dal grande compositore e ho preparato il famoso Filetto alla Rossini.

Gioacchino Rossini, oltre ad essere un genio assoluto della musica, era un vero e proprio amante e intenditore dell’arte culinaria e il suo ingrediente preferito era decisamente il tartufo, che qua nelle Marche, tra Pergola e Acqualagna, è una vera prelibatezza.

Ho dovuto però apportare alcune modifiche alla ricetta. La prima e più importante è l’eliminazione del foie gras. Mi dispiace, buonissimo, per carità, però pur non essendo vegana, è un alimento che proprio non voglio vedere in casa mia, quindi ne ho realizzato una versione alternativa (a cui ho aggiunto a mio gusto personale un po’ di noci).

La seconda modifica riguarda il vino. Ho utilizzato un più modesto Vermouth extra dry invece del Madera previsto dalla ricetta. La grande fama e bravura di Rossini gli permettevano tasche ben più ampie delle mie, senza contare poi che avevo già speso tutti i miei averi in un semplice tartufo nero (certo, a un ottimo prezzo, ma pur sempre di tartufo si parla). 

Per la ricetta vi rimando al link di Cucchiaio d’Argento dei Tournedos alla Rossini, perché l’ho personalmente provata e ne sono rimasta felice e soddisfatta.

E voi direte: “ma se non hai i soldi fatti un piatto di tagliatelle e via”. E io ribatterei: “avete ragione, ma io volevo il filetto!”

Quindi bando alle ciance! Pensavo al tartufo e si è materializzato, così il filetto ce lo siamo mangiato e il pensiero l’ho riposto in Dispensa.

Filetto alla Rossini

E voi? Avete mai provato questa ricetta? 

Come preferite usare il tartufo?

Avete consigli per sostituire il foie gras? 

Insomma, scrivetemi 🙂

Amicizia

Pensavo all’amicizia, e mi sono detta: ma alla fine che te ne fai?
Che te ne fai di qualcuno che ti ascolti quando sei triste o sei felice, senza giudicarti?
Di qualcuno che ti conosca abbastanza da dirti che stai sbagliando tutto.
Di qualcuno con cui emozionarti, con cui scoprire nuovi posti, persone e sapori.
Di qualcuno che riempia le tue foto, le tue storie, i tuoi momenti.
Che te ne fai?

Tutto oppure niente, ma sempre insieme.

Perché senza amicizia le tavole sono dispense vuote e il tempo un’ancora tesa verso il fondo e non ha senso stendere la tovaglia, riempire i bicchieri e coltivare l’estate.

L’incontro con l’altro è il primo momento di contatto con noi stessi.

Festeggiamo l’amicizia, oggi e come sempre, porgiamole il bicchiere e ridendo brindiamo.

Profumo di menta

A tirarmi via dal sonno è stato il caldo.
Poco dopo l’alba la terra è ancora fresca, più fresca delle pareti e degli scuri serrati, così sono uscita.
Ho dato l’acqua alle rose, ai fiori, al gelsomino e al giovane melograno dietro casa e intanto si allargava il giorno.
Ho fatto il caffè, ma non è stato sabato mattina fino al primo bacio.

Ora lui è fuori a tagliare l’erba e dalle finestre aperte entra l’odore della menta e somiglia alla bontà della mia lettura: “ Diverso era ora l’ardore del sole sulla pelle, il refrigerio dell’ombra nel bosco, diverso il gusto dell’acqua nei ruscelli e nei pozzi, il sapore delle zucche e delle banane. Brevi erano i giorni, brevi le notti, ogni ora volava via rapida come vela sul mare, e sotto la vela una barca carica di tesori, piena di gioia.” (H. Hesse, Siddhartha, ed. Adelphi)

Crescia sulla graticola

LE MANI CALDE

“Hai le mani calde!” Me lo diceva mia nonna e me lo dice sempre mia mamma.

È un modo di dire. Significa che quando impasto i lievitati crescono bene. Ovviamente il calore delle mani non c’entra nulla. Però è una bella immagine e fa sempre piacere sentirselo dire.

In realtà, anche se non delle mie mani,il calore c’entra eccome: per la lievitazione l’ambiente non deve essere né troppo caldo né troppo freddo, per questo cerco sempre di tenere la massa in un posto riparato e a temperatura costante come il forno, che di solito lascio a una trentina di gradi coprendo l’impasto con un panno bagnato per non farlo seccare. Allo stesso modo, perché il lievito lavori bene, anche l’acqua deve essere tiepida.

Bisogna pensare ai lievitati come a dei corpi che per crescere hanno bisogno di quel gioco di equilibri di cui ogni cosa ha bisogno. Il tutto nel giusto tempo, con pazienza, dando circa un paio d’ore al primo impasto e una buona mezzora ai panetti prima di stenderli (i tempi sono indicativi, buttateci un occhio ogni tanto! D’estate potrebbe volerci meno, poi dipende dalla farina, dall’acqua, da quanto avete lavorato la massa, dalle congiunzioni di Giove, Urano, dal vostro ascendente…).

La cottura sulla graticola della crescia, nella mia casa frattese, è arrivata come una novità affermandosi poi come una piacevole abitudine estiva. A portare questa ricetta, infatti,  è stato il mio compagno, di origini maceratesi.
Ho sempre sentito un bel legame con questa provincia di cui anche mio padre è originario.
Pensando a questa particolare area delle Marche la prima parola che mi viene in mente è genuinità: dei sapori, della cultura e soprattutto della lingua (adoro il dialetto maceratese!).

Ci sono tanti tipi di “crescia” nella nostra regione (vedi per esempio quella sfogliata di Urbino di cui ho scritto tempo fa) e ognuna è buona a modo suo.

La parte della preparazione della crescia sulla graticola che più mi piace, è la spennellata di olio, e la spolverata di sale e rosmarino subito dopo la cottura. Somiglia a un tocco d’artista perché non parlo di un giro d’olio e via, parlo proprio di una spennellata che con l’olio di casa si trasforma in una vera e propria meraviglia.

Per fare tutto più comodamente mi apparecchio sempre un tavolo fuori, vicino alla griglia, dove da una parte stendo la pasta e dall’altra condisco la crescia appena cotta.

Gli ospiti si riuniscono sempre lì attorno per vedere le bolle formarsi sulla pasta e chiacchierare davanti al profumo della griglia, così un pezzo per volta la crescia sparisce e devo ammonire i presenti che abbiano cuore, e che da bravi, ne lascino almeno una per cena.