Le Vaglie e le lune

50 ANNI FA

La più grande delusione 50 anni fa quando, dall’Apollo 11, Neil Armstrong confermò: “Houston, non è formaggio!”
Nel dubbio salatini, crostini, vino, pere, miele e confetture erano stati il principale carico della missione.
Tutta la corsa al primato della conquista della Luna era stata camuffata con la storia dell’URSS, ma in realtà ogni timore era rivolto alla Francia: se fossero arrivati per primi cosa sarebbe rimasto della Luna?

Forse per questo, dopo 50 anni, guardiamo ancora il cielo con un poco di insoddisfazione anche qui dall’Italia, dalle nostre Marche, alzando il Verdicchio alle stelle per consolarci, pensando a quanto ci sarebbe stato bene…

Le mie lune sono di caprino e il Verdicchio “Le Vaglie” è della cantina Santa Barbara di Barbara (AN). Un buon abbinamento: i presenti hanno gradito 😉

Ingredienti per le lune di formaggio:

  • per la pasta:

250 ml di latte
30 gr di burro
un pizzico di sale
150 g ca. di farina 00

  • per il ripieno:

100 g. di caprino
sale
pepe
erba cipollina

  • per la panatura

1 uovo
pangrattato

Procedimento:

  • Preparate la pasta mescolando gli ingredienti
  • quando il composto sarà liscio e omogeneo, stendetelo. La sfoglia che dovrete ottenere sarà abbastanza sottile (1 o 2 mm)
  • ottenete dei dischetti che riempirete con la farcia di caprino e erba cipollina.
  • Chiusi i dischetti passateli prima nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato
  • Cuocete al forno per una ventina di minuti a 180°C

Buon allunaggio 🙂

Confettura di prugne

LE COSE SEMPLICI FANNO LA VITA BUONA

La settimana scorsa è stata difficile.
Uno di quei momenti in cui tutto sembra insormontabile, in cui ci si sente spezzare per qualsiasi cosa. Vi succede mai?
Quando ho questi momenti di sconforto, negli anni ho imparato a elaborare una soluzione. Prima di tutto stabilisco che sono momenti, qualunque sia il mio pensiero negativo, qualunque cosa mi faccia star male, non è destinata a durare. Passerà, perché tutto passa e poi semplicemente ricomincio, ma dalle cose semplici.

La semplicità è un piccolo gesto, ma pretendo da me che sia fatto con cura, così scelgo di fare qualcosa che mi faccia star bene, che semplicemente mi faccia sentire leggera, un piccolo esercizio per i pensieri e per le mani, per vincere l’immobilità delle mie giornate no.
Così, a poco a poco, da un piccolo gesto, mi ritrovo in vita.
Basta un’unica cosa semplice, come una poesia, una passeggiata o perché no? Un barattolo di confettura di prugne.
Provate se non mi credete.

Per 1 kg di prugne, circa 500 g di zucchero, succo di limone e un po’ di pazienza. È quanto basta per quattro barattolini di confettura, ma tanto basta per fare qualcosa di buono, ed è questo il bello delle cose semplici: con poco ti danno tanto.
Stamattina, quando mi sono ritrovata i barattolini raffreddati a testa in giù sul tavolino, la stanchezza, la tristezza e la brutta settimana trascorsa, se ne erano andate, e stavo già fantasticando di crostate e dolci ripieni di confettura e ancora meglio, stavo già impastando il pane, per spalmarne una fetta domani a colazione.

Non fatevi mai vincere dalla tristezza e dallo sconforto o dalla depressione, perché finché avrete la forza di un gesto semplice, avrete la vita che basta per fare qualcosa di buono e quindi per stare bene.

Sangria e Bianchello

NOTTI BIANCHE D’ESTATE

Sangria bianca e Bianchello del Metauro Boccalino Terracruda

Ci rincorreva la vigna da rosa a rosa.
Profumo di zucchero e terra.
La penombra si allungava dietro alle nostre scarpe fino a raggiungere la sera.
Il caldo soffiava appena sulle candele di citronella cosparse sul tavolo e il tramonto si sfiniva sulle sedie impagliate con le nostre schiene scottate dal mare la mattina.
Ora, tra il dolciastro del melone e la freschezza di un cocomero, indovinato di giorno al mercato, si alza una mano sorretta da un bicchiere in controluce alla vigna e vediamo ondeggiare le lucciole e sentiamo muoversi sete e voglia di ballare.

La sangria bianca sorseggia la sera e sembra una pupilla chiara colpita dai riflessi delle lanterne. Ora il vino, ora la frutta, ridanno all’estate l’umore più dolce.
Nella mia brocca ho versato vino Boccalino della cantina Terracruda di Fratte Rosa. Un bianchello del Metauro carico di espressione, luce e note estive che ben si sposa con la frutta di questa particolare versione di Sangria.


Biscottini Sciroppati

Un dolce per dire “ti penso”

La vicinanza è un lusso e a volte ce lo dimentichiamo.
Siamo abituati a darci per scontati, ma non è stato sempre così.
Un tempo l’America era una terra lontana, un tempo Roma era una città lontana e quando lasciavi casa per andare a servizio di rado poi rivedevi la tua famiglia. Prima di poter alzare il telefono per dirsi “ti amo” o “mi manchi”, si scriveva o ci si faceva aiutare a scrivere, per mandare un pensiero, perché quel sottile legame non si spezzasse. Allora quando potevi mandavi qualcosa, a volte oggetti oppure cartoline, ma quante volte, perfino il cibo è servito a mantenere vivo questo legame!
E allora, tu esule da casa, con la nostalgia che ti strozzava il cuore, aprivi la scatola e piangevi, piangevi tanto prima ancora d’aver visto perché il profumo ti aveva già detto “casa” prima di parlare ad ogni altro senso e la casa si sa, è un profumo, il profumo dei giorni di festa.
Certo non potevi mandare qualsiasi cosa, serviva una ricetta che si mantenesse per lunghe distanze, come i Biscutini sciropati di Fratte Rosa. Biscotti leggeri, prima lessati e poi cotti al forno e finalmente coperti di glassa al limone.

A casa mia sono un regalo. Non si comprano mai per sé, si prendono alla Bottega del Pane, solo da regalare, perché hanno un preciso significato: sono il dolce che consola l’amaro, sono i biscotti per chi vive lontano e per cui serve un assaggio di memoria. Sono una sorta di semplice e buonissima magia, un souvenir per portarsi il paese nei ricordi, nel sapore e finalmente nel cuore.

Ho trovato la ricetta su questo blog e ne sono rimasta piuttosto soddisfatta. Come scrive Anita Letizi in questa pagina si tratta di una ricetta molto semplice perché prevede pochissimi ingredienti. La doppia cottura è un passaggio fondamentale e il risultato è tutto da provare.
E voi? Avete mai provato a farli a casa? Oppure li avete gustati a Fratte Rosa?
Fatemi sapere quali sono le vostre “ricette regalo” preferite 😉

La Crescia Sfogliata

URBINO, AMICI, LIBRI E CRESCE DA SFOGLIARE

Ho da poco finito gli esami e mi sono ritrovata a pensare ai miei anni trascorsi da studentessa a Urbino. Un continuo sali e scendi, levatacce, delusioni e tante soddisfazioni.
Lo ammetto, quando si tratta di mangiare noi studenti siamo un po’ incasinati. Abbiamo orari sregolati, ci giostriamo tra bar, mense, insalate, aperitivi e tanto caffè, ma se penso a questo intenso periodo della mia vita, penso che i momenti più belli sono stati quelli trascorsi con i colleghi, intorno a un tavolo, su un muretto o camminando fra i vicoli di Urbino con la crescia sfojata in mano.
Mi è sempre piaciuto questo abbinamento tra Urbino e questa speciale variante di piada tutta marchigiana, probabilmente per la parola sfojata (sfogliata), che in qualche modo me l’ accomuna a un libro e di libri ne ho visti tanti e mai abbastanza in questi anni da studente. La Cescia sfojata appunto come un libro si sfoglia, certo il lavoro lo fa lo strutto, ma anche le mani ci mettono del loro, quando la impasti e la rigiri su se stessa e quando la mangi e te l’avvolgi nel tovagliolo per non perderne neppure uno strato; poi come i libri la crescia è piena di cose buone e ce n’è per tutti i gusti: con gli affettati o con la tipica casciotta di Urbino o come piace a noi a casa, con le foje (erba cotta) e la salciccia (non serve traduzione!). Un piatto semplice e ricco che mia mamma prepara spesso e che ora mi diverto io a impastare, come lei mi ha insegnato. Da mangiare ben calda, anche stasera in giardino, con gli amici, perché se penso all’amicizia, ai colleghi universitari, allo stare insieme, ecco che il profumo di Crescia riempie i miei pensieri e i vicoli di Urbino che amo ricordare.

Ingredienti (x 4 cresce)*:

1 uovo
250 g di farina
50 g di strutto
acqua
sale e pepe

Procedimento:

  • Mescolate gli ingredienti (ma solo 25 grammi di strutto, perché il resto vi servirà dopo) fino a che l’impasto non sarà omogeneo, poi copritelo e lasciatelo riposare per 30 minuti.
  • Dividete l’impasto in panetti (i miei erano di circa 120 g) e stendeteli con il mattarello per ottenere dei dischi piuttosto sottili.
  • Prendete lo strutto che avete messo da parte e stendetelo sui vostri dischetti di pasta e arrotolateli.
  • Una volta arrotolato il dischetto prendete i vostri “cannelloni” di pasta e rigirateli su se stessi a formare delle spirali.
  • Coprite con la pellicola e fate riposare in frigo per 30 minuti.
  • Togliete le rotelle di pasta dal frigo e stendetele con il mattarello.
  • Ora cuocete le vostre cresce sfogliate su un testo ben caldo ( o una semplice padella antiaderente), ricordando di girarle ogni tanto per non farle bruciare.

Farcite la crescia sfogliata come più vi piace e fatemi sapere i vostri abbinamenti preferiti! 🙂

*Io faccio tutto a occhio, pesando gli ingredienti con le mani, quindi fatemi sapere se ci sono errori!

Ciambellone al mistrà

PENSIERI FOTO E ANICE

Ciambellone al mistrà Varnelli

Nascosta dentro al vecchio mobile di legno stava la scatolina di latta con le foto.
Nonna teneva lì i suoi pensieri in bianco e nero. Gli ultimi tempi li sfogliava spesso scansandosi il ciuffo riccio e grigio da davanti agli occhi.
Insieme al ciuffo si scansava una lacrima.
Per tanto tempo la scatolina rimase nel solito mobile di legno.
I ricordi a colori passano più in fretta. Più sono definiti e accesi, meno si sente la necessità di rievocarli, ma quelli in bianco e nero ti tengono sull’attenti. Li guardi e senza sapere come o perché ti accorgi di avere con te quel dettaglio che la macchina si era persa. La maglietta rossa, l’erba verde, gli occhi castani… Quelle foto erano solo in bianco e nero per noi. Chi poteva dire quale fosse il colore del vestito a fiori della zia? E la bisnonna? Di che colore aveva i capelli? Certe cose si perdono, puoi provare solo a indovinarle.
I colori erano per nonna un momento particolare del ricordo. Quando raccontava le sue storie ci teneva tantissimo a informarci che zio aveva indossato proprio una camicia bianca per quella sua stupida impresa, perché ritornando a casa di bianco non era rimasto più nulla. Oppure ricordava perfettamente il fiocco giallo che mamma aveva in testa da bambina, per cui, per un giorno intero, era stata “raggio di sole” ballando sul prato, sotto alla noce. Nonna aveva sempre una gran cura e attenzione per le piccole cose in generale. Ascoltava, annusava, toccava e assaggiava. Non le sfuggiva niente. Per questo dalla cucina, la sera, ne usciva stremata: un tripudio di sensazioni ogni giorno di festa.

Ripensavo alle foto perché dentro a quella scatolina stava una vecchia stellina d’anice. C’era anche una vecchia stecca di cannella, ma il mio pensiero, tra le foto in bianco e nero, fu tutto per quella stellina. Ricordo che mi disse di amare particolarmente l’odore dell’anice perché era un odore festoso. Ricordava il profumo delle cresciarelle a carnevale, delle ciambelle al mosto, del vin brulè quando faceva freddo e dei baffi del nonno la domenica dopo il caffè.
Teneva sempre una bottiglia di Varnelli in casa. Non era una bevitrice. La teneva per gli ospiti, ma soprattutto per cucinare.
Il ciambellone con il mistrà aveva un sapore fresco, buono e semplice. Era il nostro preferito a colazione o a merenda. Di solito lo cospargeva di zuccherini. Ai parenti che la venivano a trovare lo serviva con il caffè. Il ricordo più buono era di quando lo sfornava e il cucinotto si riempiva di quel profumo. Un profumo chiaro, limpido, trasparente di mistrà.
Questo pomeriggio ho aperto il forno e per un attimo la cucina è stata la stessa di più di vent’anni fa e scansandomi il ciuffo da davanti agli occhi ho capito: non esistono foto in bianco e nero.

Ingredienti:

3 uova
200 g di zucchero
80 ml di olio
300 g di farina
50 g di fecola di patate
160 ml di latte
60 ml di liquore all’anice (io nella mia ricetta ho usato il Varnelli)
1 bustina di lievito per dolci
zucchero in granella per guarnire

Procedimento:

Sbattete le uova con lo zucchero finché non diventeranno chiare e spumose, poi aggiungete l’olio e il latte, farina, fecola e lievito setacciati e infine il liquore. Lavorate bene l’impasto finché non diventerà liscio e omogeneo, poi versatelo in uno stampo imburrato e spolverate il tutto con zucchero in granella. Infornate il ciambellone al mistrà a 170°C per circa mezz’ora.
Una volta cotto tirate fuori dal forno e lasciate raffreddare, poi fatemi sapere come è venuto 😀