Pan dell’Orso

Qualche volta mancano le parole, altre volte mancano i profumi.
Se chiudo gli occhi sento il brodo di cappone che cuoce piano nell’altra stanza. Sento il pane fresco, col suo inconfondibile caldo profumo, e poi la vaniglia e il burro del panettone. Sento i frutti di bosco nella tisana e il mandarino sulle punte delle dita.
Tagliando il Pan dell’Orso sento la buccia dell’arancia grattattata nell’impasto, appena appena, accanto al cioccolato che gli fa da glassa e le mandorle…che profumo incantevole le mandorle! Delicato eppure così evocativo, il Pan dell’orso è un caro ricordo di un breve viaggio a Scanno, in Abruzzo, dove a fine estate ci eravamo trovati sotto alla pioggia, in un freddo inaspettato. Sorpresi dalla nebbia, senza sciarpe in cui stringergi, abbiamo trovato rifugio in un bar dove abbiamo scoperto per la prima volta il Pan dell’orso, perfetto da accompagnare con una tisana calda! Da quel giorno mi sono ripromessa che avrei tentato di rifarlo a Natale per ricordarmi di quello strano pomeriggio di fine estate dove, per un istante, l’inverno ci aveva sorpresi. Tra una cosa e l’altra sono passati gli anni e il Pan dell’Orso era rimasto solo un ricordo, senza che provassi mai a rifarlo. Ieri però, mentre sorseggiavo una tisana calda, mi sono resa conto di sentire nuovamente alcuni profumi e sentendoli d’improvviso ho ricordato quel pomeriggio a Scanno.
Ho perso l’olfatto per parecchio tempo a causa del Covid e solo da un paio di mesi sto recuperando diversi odori. Ci vorrà un po’ di tempo per tornare a sentire tutto (e questo è il motivo per cui per mesi non ho scritto nulla) e forse qualcosa non tornerà, ma sono grata di aver ritrovato questi profumi in tempo per Natale, per rievocare momenti speciali.

Ho trovato la ricetta qui, nel blog Essenzadivaniglia e se volete la ricetta tradizionale vi consiglio di seguire il link, oppure potete accontentarvi della mia variante improvvisata con quello che avevo in casa, perché purtroppo non avevo lo stampo giusto per ottenere l’effetto a cupola tradizionale e così ho rimediato con uno stampo da panettone, poi, avendo improvvisato, non avevo neppure la farina di farro e le mandorle amare e il burro. Il risultato è stato comunque un dolce soffice e profumato, perfetto da regalare perché si conserva per diversi giorni. Noi ci siamo persi nel suo aroma a colazione, con le tisane che ci ha regalato mia sorella e, finalmente, posso dire con gioia che casa mia profuma di Natale.

RICETTA PER IL PAN DELL’ORSO (ricetta NON tradizionale):

  • 6 uova
  • 150 g di mandorle
  • 90 g di farina 00
  • 90 g di fecola di patate
  • 160 ml di olio di semi di mais
  • 140 g di zucchero di canna
  • 50 g di miele millefiori
  • 1 arancia non trattata
  • 1/2 bustina di lievito
  • 1 pizzico di sale

    Per la copertura
  • 150 g di cioccolato fondente al 70%
  • 20 g di burro

Procedimento

Prima di tutto ho tritato le mandorle con il mixer per ottenerne una farina, poi ho montato i tuorli con lo zucchero di canna e vi ho aggiunto le mandorle, la buccia d’arancia grattata, il miele, l’olio e farina, fecola e mezza bustina di lievito setacciate. A parte ho montato gli albumi con un pizzico di sale e li ho aggiunti al composto mescolando lentamente dall’alto verso il basso, stando ben attenta a non smontarli.
Una volta versato il tutto nello stampo ho infornato per circa un’ora nel forno preriscaldato ventilato a 170 °C.

Prima di glassare ho atteso che il dolce fosse completamente freddo, quindi, avendolo cotto di mattina, ho potuto ricoprirlo con il cioccolato sciolto a bagnomaria con il burro, solo alla sera, ma l’ideale sarebbe aspettare il giorno seguente.

Ovviamente la ricetta originale di Essenzadivaniglia è migliore e sicuramente la prossima volta cercherò di procurarmi per tempo tutto il necessario per rendere giustizia a questo meraviglioso dolce tradizionale abruzzese, ma se come me doveste ritorvarvi a dover improvvisare, posso garantire che il mio Pan dell’orso è veramente buonissimo 😉

Buon Natale a tutti 🙂

Insalata di mango

Ritorno a Fratte Rosa

Le lucciole, polvere di luna dispera sul grano, muovono l’aria e la campagna. Maggio fiorisce tra le scapole con le sue rose, così che quasi ti sembra di poterti alzare sopra i campi, fra le acacie bianche e le ginestre.
Il sole allunga così tanto i suoi raggi che la ruota del giorno sterra la notte e fra i semi e le spighe disperde le luci. O forse sono i miei occhi che hanno iridi più grandi e più chiare, pagliuzze infiammate che fanno luce sui colori di maggio ora che, dopo mesi, ritorno al mio paese, fra l’argilla e gli orizzonti celesti, da una parte aperti dal mare e dall’altra protetti dai monti, così accade che mi ritrovi a pensare a quanto la luce sia più lunga di qualsiasi giorno e più simile in petto, che alla pelle e al suo tocco, fra il sangue e il respiro, a un segno di pace.

Eccovi allora, da questo insieme incontenibile di emozioni che si porta il mio ritorno a Fratte Rosa dopo la quarantena, un contorno fresco e colorato, ricco di luce e contrasti, perfetto a mio avviso, per accompagnare una portata di pesce: un’insalata arricchita con il mango, un frutto esotico che ho scelto per la sua dolcezza e soprattutto per il suo bellissimo giallo acceso. Per realizzarla gli ingredienti sono :

  • pomodori da insalata
  • cipolla rossa di Tropea
  • mango
  • finocchio
  • erba cipollina
  • sale
  • olio d’oliva
  • aceto balsamico

Oltre a essere un contorno semplice e d’impatto per i suoi colori, questa insalata è anche ricca di proprietà, basti pensare agli antiossidanti presenti nella cipolla rossa di Tropea e alle vitamine contenute nel mango, un vero toccasana per la salute e per il gusto 😉

Economia della fame

Non è come viaggiare.
Non è come andare da qualche parte, come fare le valigie, programmare un dove, fermarsi lungo la strada, riposarsi e ripartire.
Penso sia più come una tavola più o meno imbandita, a cui sedersi con la propria fame. Lo stomaco che reclama, si contorce, pieno di vuoto e desiderio che rende grandi gli occhi, umide le labbra e teso l’umore. Teso a ogni profumo, a ogni sfrigolio, movimento d’aria e rumore.
A volte qualcuno si siede accanto a noi, a volte qualcuno di fronte, a misurare la nostra fame, ma ogni volta è come ricominciare, mai sazi per intero, con corpi ingordi di sapore.

È così che mi sento: affamata. Non pronta ad andare chissà dove, ma ferma al mio posto, impegnata a controllare quello che mi resta in dispensa per capire cosa farne. Economia delle risorse, economia della fame.

Tagliatelle alla rapa rossa

In questi giorni sto scrivendo poco in Dispensa, ma la tesi si prende la maggior parte del mio tempo, ma non dei miei pensieri (e forse questo è un male :S).
Ieri, ad esempio, stavo scrivendo un paragrafo sulle origini del cinema italiano e ho praticamente passato tutta la mia giornata in bianco e nero, così stamattina, quando mi sono svegliata, avevo una gran voglia di colore.
Controllo che cosa avevo in dispensa e mi ritrovo sotto mano una rapa rossa. Allora va bene parlare di cinema italiano, va bene fare la pasta, ma oggi si fa con un po’ più di colore 😉

Non ho usato le uova, solo farina di semola, circa metà rapa lessata e frullata, un pizzico di sale e la voglia di stendere la pasta.
Per condirla ho usato funghi, castagne e salsiccia (non è proprio un piatto leggero, lo so, ma in fondo è venerdì… domani mattina andrò a correre 😛 ).

La rapa è un ingrediente interessantissimo, ricco di proprietà. Nella pasta, così come l’ho usata io, non altera il sapore, quindi serve a dare semplicemente un po’ di colore al vostro piatto. In questo senso potete usare tutta una varietà di alimenti per dare colore alle vostre tagliatelle vegane (curcuma per il giallo, erba cotta per il verde, carbone vegetale per il nero…) presentando così dei piatti dall’aspetto insolito, senza limitarvi con la fantasia per qualsiasi condimento.

Ora me ne torno zitta zitta alla mia tesi.

Buon fine settimana :*

Pastarelle con l’ammoniaca

Fame e tenerezza

Chiamava forte, ma perfino l’erba era più alta della sua coda e fra le stelle del venerdì sera a poco a poco si quietava. Ogni tanto, quando la forza tornava,riprendeva a chiamare e tra la terra mossa dell’orto incespicava. Gli occhietti erano più neri della notte appena trascorsa e a volte capitavano ombre, poi un po’ alla volta più niente. Per tutto il sabato aveva traballato cercando di scaldarsi sotto la luce del sole e solo nel pomeriggio, passeggiando persa nei miei pensieri, avevo colto quel richiamo che lontano mi era sembrato di sentire appena la sera prima.
Stava, abbandonato a se stesso, vicino a una vecchia capanna, un piccolo batuffolo bianco e nero, magro e infreddolito, con gli occhietti chiusi dalla malattia. Nonostante la cecità mi aveva trovata, e ora non miagolava più rivolto verso il cielo arrampicandosi in vano sull’erba, ma seguiva forse la mia ombra, o forse la mia sorpresa, arrampicandosi sulle mie scarpe. Quando finalmente ha smesso di miagolare a gran voce, nel silenzio di un momento di assoluta gratitudine verso il calore del mio corpo, ho sentito l’altro flebile richiamo. Un fratellino.
Stava sotto le assi della capanna. Incapace di uscire, forse incastrato, forse spaventato, forse troppo debole.
Siamo riusciti a liberarlo solo domenica mattina, dopo una lunga notte trascorsa al freddo.
Un corpicino scosso solo da brividi e silenzio, con lo sguardo socchiuso da radi respiri. Si è stretto alla borsa dell’acqua calda come a una mamma, tornando a poco a poco al suo corpo.
Ho trascorso la settimana tra latte in polvere e miagolii e allattare all’inizio è stata un’impresa. A insegnarmi come dovevo fare è stato il secondo gattino, quello che abbiamo estratto da sotto le assi. Non dovevo aver fretta, dovevo dargli il tempo di trovare il suo posto tra le braccia, di sentire gli odori, di farsi voler bene e poi potevano mangiare, con sempre più entusiasmo, con sempre più vita.
Oggi il primo piccolino è dal veterinario. La malattia agli occhietti e la sua magrezza lo hanno spossato al limite nonostante le cure. Ha speso tutte le sue forze per chiamarmi, facendo la voce più grande del suo corpicino perché sentissi lui e il suo fratellino. Mi si è rannicchiato sul collo facendo le fusa e così, piccolo piccolo com’era, mi ha fatto il cuore più grande. Spero ce la faccia.
Preparando il latte in polvere per dargli un po’ di forza mi è venuta in mente mia mamma. Chissà che fatica crescere due gemelle se per me già è stata una lotta d’amore e pazienza giostrarmi per una settimana con due gattini! Che grande cosa l’amore!
Avete presente l’espressione “nutrire un affetto”? Io la trovo più che perfetta. L’affetto non è una cosa astratta, è un qualcosa che ti senti nel corpo, che cresce, si nutre… ma con cosa?
Penso a qualcosa di leggero, di semplice. Bastano pochi ingredienti e mia mamma lo sa. Per questo se penso a una ricetta che esprima tenerezza mi torna in mente la sua dose per dei biscotti da inzuppo che adoro. Ve la lascio di seguito 🙂

Pastarelle con l’ammoniaca

Ingredienti:

  • 5 uova
  • 25 g di ammoniaca
  • 300 g di zucchero
  • 1 bicchiere di latte
  • 600 g ca. di farina 00 (la quantità è indicativa, non ho una dose precisa, faccio sempre a occhio! Le pastarelle devono raggiungere una consistenza piuttosto molle senza rimanere troppo liquide)

Procedimento:

Le pastarelle con l’ammoniaca sono semplicissime da preparare.
Basterà unire gli ingredienti. All’ultimo aggiungo ammoniaca e farina, un po’ alla volta fino ad avere un impasto abbastanza molle, dopodiché mi aiuto con un cucchiaio ponendo l’impasto delle pastarelle all’ammoniaca su una teglia coperta di carta forno.
Le pastarelle vanno lasciate ben distanziate perché cresceranno parecchio in forno.
Ho cosparso le mie pastarelle all’ammoniaca con zuccherini colorati, ma potete ricoprirle con un po’ di zucchero semolato o granella a seconda dei vostri gusti.
Io le cuocio a 180°C per pochi minuti, finché non sono gonfie e dorate.
Lasciate raffreddare.
Sono perfette da inzuppare a colazione nel latte, sono quindi un ottimo dolce se avete dei bimbi 🙂

Se volete potete aggiungere un po’ di scorza di limone per aromatizzare l’impasto o tentare tantissime altre varianti!

E voi? Con quale ricetta “nutrite la tenerezza”?

Gnocchi con formaggi, pera angelica e noci

L’aria è fresca perché respira sulla pella accaldata d’agosto, ma a noi piace questo sole che a tratti scompare e poi si riapre sulle nostre teste come una tenda bianca di lenzuola stese in movimento.

Sarà l’ultimo pranzo in giardino di quest’anno perché settembre si porta per cappello una nuvola e già la terra profuma di funghi e il noce si scrolla di dosso la chioma mentre stiamo qua sotto a parlare.

Ho ricominciato a studiare. La tesi si prenderà il tempo che le serve. Tutto l’autunno e chissà che ne farà dell’inverno, ma per questa piccola estate che ancora per una domenica illumina il prato, tengo i libri sul ripiano e mi sveglio presto per impastare. Ho mosso così il pane di buona mattina, stropicciandolo e stirandolo come si fa ad un corpo che si sveglia.

Con calma il mio compagno ha acceso il forno a legna e verso le 11 aveva già infornato il pane con l’arrosto e le patate.

Per dolce avevo già pronto il ciambellone marchigiano che vi ho già raccontato.

Il forno è una festa a casa mia. Lo era quando stavo a Fratte Rosa e lo è ora che sto a Pergola, come lo era per i miei nonni e per i miei genitori. Il forno a legna è pazienza, calore, mano, ma è anche laborioso e uno spazio ampio, per cui non si accende mai per poca roba. Quando si decide di usarlo è per stare insieme e poi il pane viene buonissimo, così ne approfitto sempre e ne faccio di più, per tutta la settimana.

Quello che più mi ha dato soddisfazione però, e che più di tutto ha fatto settembre in un unico piatto, è stato il primo.

Avevo delle patate così ho preparato gli gnocchi e per condirli ho usato, gorgonzola, parmigiano e taleggio disciolti in una golosissima crema e cosparsi di lamelle di Pere Angelica della vicina Serrungarina (PU). Si tratta di un frutto dolce e delicato, salvato dall’estinzione dalla perseveranza dei produttori locali che, riconoscendone le qualità, l’hanno difesa dalla scomparsa. La Pera Angelica, questa piccola macchia di colore gialla e rossa, cosparsa con una croccante granella di noci, si è armonizzata alla perfezione alla sapidità della crema di formaggi.

La padella dei nostri gnocchi con formaggi, pera angelica e noci, ne è uscita svuotata e ben ripulita e oggi, durante questa breve pausa studio in cui ho deciso di scrivere questo post, la pera angelica mi ha fatto da merenda rievocando l’inaspettata delicatezza di questo piatto che, nei suoi colori, somigliava alle nuvole bianche che questa domenica ci attraversavano quiete.

Ferragosto

Il sole oggi è una schiena tatuata al centro dall’ombra di un noce, su cui fra le fronde sta appeso il mare all’orizzonte.

Oggi l’estate è un’anguria a metà, uno spicchio di luce sui piatti e sui volti; un raggio che gira e calpesta le rive, le vie e le piazze; una lanterna in festa, una fiamma, una brezza, un portico; pane caldo, bocche, una chiesa e la strada di breccia, il passo di casa, su cui il giorno si sfrega e s’accende la festa nel cuore d’agosto.

Amicizia

Pensavo all’amicizia, e mi sono detta: ma alla fine che te ne fai?
Che te ne fai di qualcuno che ti ascolti quando sei triste o sei felice, senza giudicarti?
Di qualcuno che ti conosca abbastanza da dirti che stai sbagliando tutto.
Di qualcuno con cui emozionarti, con cui scoprire nuovi posti, persone e sapori.
Di qualcuno che riempia le tue foto, le tue storie, i tuoi momenti.
Che te ne fai?

Tutto oppure niente, ma sempre insieme.

Perché senza amicizia le tavole sono dispense vuote e il tempo un’ancora tesa verso il fondo e non ha senso stendere la tovaglia, riempire i bicchieri e coltivare l’estate.

L’incontro con l’altro è il primo momento di contatto con noi stessi.

Festeggiamo l’amicizia, oggi e come sempre, porgiamole il bicchiere e ridendo brindiamo.

Profumo di menta

A tirarmi via dal sonno è stato il caldo.
Poco dopo l’alba la terra è ancora fresca, più fresca delle pareti e degli scuri serrati, così sono uscita.
Ho dato l’acqua alle rose, ai fiori, al gelsomino e al giovane melograno dietro casa e intanto si allargava il giorno.
Ho fatto il caffè, ma non è stato sabato mattina fino al primo bacio.

Ora lui è fuori a tagliare l’erba e dalle finestre aperte entra l’odore della menta e somiglia alla bontà della mia lettura: “ Diverso era ora l’ardore del sole sulla pelle, il refrigerio dell’ombra nel bosco, diverso il gusto dell’acqua nei ruscelli e nei pozzi, il sapore delle zucche e delle banane. Brevi erano i giorni, brevi le notti, ogni ora volava via rapida come vela sul mare, e sotto la vela una barca carica di tesori, piena di gioia.” (H. Hesse, Siddhartha, ed. Adelphi)

Biscottini Sciroppati

Un dolce per dire “ti penso”

La vicinanza è un lusso e a volte ce lo dimentichiamo.
Siamo abituati a darci per scontati, ma non è stato sempre così.
Un tempo l’America era una terra lontana, un tempo Roma era una città lontana e quando lasciavi casa per andare a servizio di rado poi rivedevi la tua famiglia. Prima di poter alzare il telefono per dirsi “ti amo” o “mi manchi”, si scriveva o ci si faceva aiutare a scrivere, per mandare un pensiero, perché quel sottile legame non si spezzasse. Allora quando potevi mandavi qualcosa, a volte oggetti oppure cartoline, ma quante volte, perfino il cibo è servito a mantenere vivo questo legame!
E allora, tu esule da casa, con la nostalgia che ti strozzava il cuore, aprivi la scatola e piangevi, piangevi tanto prima ancora d’aver visto perché il profumo ti aveva già detto “casa” prima di parlare ad ogni altro senso e la casa si sa, è un profumo, il profumo dei giorni di festa.
Certo non potevi mandare qualsiasi cosa, serviva una ricetta che si mantenesse per lunghe distanze, come i Biscutini sciropati di Fratte Rosa. Biscotti leggeri, prima lessati e poi cotti al forno e finalmente coperti di glassa al limone.

A casa mia sono un regalo. Non si comprano mai per sé, si prendono alla Bottega del Pane, solo da regalare, perché hanno un preciso significato: sono il dolce che consola l’amaro, sono i biscotti per chi vive lontano e per cui serve un assaggio di memoria. Sono una sorta di semplice e buonissima magia, un souvenir per portarsi il paese nei ricordi, nel sapore e finalmente nel cuore.

Ho trovato la ricetta su questo blog e ne sono rimasta piuttosto soddisfatta. Come scrive Anita Letizi in questa pagina si tratta di una ricetta molto semplice perché prevede pochissimi ingredienti. La doppia cottura è un passaggio fondamentale e il risultato è tutto da provare.
E voi? Avete mai provato a farli a casa? Oppure li avete gustati a Fratte Rosa?
Fatemi sapere quali sono le vostre “ricette regalo” preferite 😉