All’amore e alla torta al caffè

Per amare servono due cuori,
per ogni cuore una vita insieme
per una vita l’identico amore.


34 anni sono più di quanto io abbia vissuto, e molto più di tante parole.

Quando mi sono innamorata ho avuto la strana, incredibile sensazione di esserlo sempre stata. Così ricordo il mio innamoramento come un momento di stupore, di quelli in cui si rimane con gli occhi grandi e le labbra socchiuse.
Se ci penso mi vengono in mente solo giornate di sole.
L’amore ti cambia. Ti apre come un pacco di Natale, ti dilata e ti stringe. Per questo spaventa, emoziona, scuote… e per questo, per non lasciarsi sopraffare, serve che qualcuno, nell’amore, ci tenga per mano, ci abbracci e ci conforti quando il cuore vuole scoppiare.

Io l’ho imparato quando mi sono innamorata, fra mille dubbi e paure e bellezza, crescendo col mio amore e ora mi domando chissà cos’altro ancora hanno scoperto i miei genitori in questi 34 anni di matrimonio, che oggi festeggiano insieme. Quanto ancora in una vita l’amore ci può cambiare, sorprendere e sorreggere.

Ai miei genitori, alla fortuna di amarsi e a ogni vita che si vive col cuore.

Torta al caffè

Base:

3 uova
120 g di fecola
50 g di farina 00
120 g di zucchero
1/2 bustina di lievito per dolci

Farcia:
500 ml di panna da montare (per farcire e ricoprire la torta)
2 cucchiai di miele

Bagna:

caffè e zucchero

Procedimento:

  • montate le uova con lo zucchero per una ventina di minuti (non sto scherzando, quindi armatevi di santa pazienza!!);
  • aggiungete fecola, farina e lievito setacciati, un poco alla volta, mescolando lentamente dal basso verso l’alto;
  • Versare in una tortiera da 24 cm e infornare a 170°C per 30 minuti circa;
  • Quando il dolce sarà cotto lasciatelo freddare;
  • Tagliate la torta ottendendo due dischi (delicatamente perché la vostra base sarà sofficissima) e bagnateli con il caffè zuccherato.
  • Montate la panna insieme al miele e usatela per farcire e decorare il vostro dolce;
  • Siate più aggraziati di me nel decorarla ( io sono una specie di trattore a cingoli quando c’è da disegnare);
  • Riponete in frigo un paio d’ore.

Un pezzo di pane

L’estate senza scuola, l’estate a casa. Il sole aperto sui mattoni e l’erba fresca sotto al gelso. Ci richiamava il campanile del Convento dai giochi, dal piazzale ancora non asfaltato, mescolandosi alla voce del balcone, quella voce che ricordo e che ora non sento più.
Così io e mia sorella saliamo le scale. Un po’ ci rincorriamo, ma solo un poco perché mia sorella corre a fatica, zoppica appena e con la sinistra già cerca la mia mano destra, così saliamo tenendoci e affrettandoci davanti al portone. Se già non lo hai sentito uscire dalla finestra era solo perché eri presa dal gioco e non ti volevi accorgere di mezzogiorno, ma il profumo ha già riempito ogni cosa perché è da ore che si rigira nel cucinotto sobbollendo appena. 

Tra mezz’ora babbo e mamma torneranno dal lavoro. Il tempo di mangiare, lavare i piatti e ripartire.

C’è ancora la sala, la stanza dei giochi. Io e mia sorella siamo ancora bambine e aspetteremo lì che tutti ritornino per pranzo, perché la stanza è fresca: la grande tenda bianca svolazza appena dando sul retro della casa e lì il sole arriverà solo più tardi. Disegneremo un poco sul grande tavolo rotondo che ancora ci accoglie a casa di mio zio, dove ancora riconosco i vecchi muri, anche quelli abbattuti e le vecchie porte che si aprono solo sui ricordi e non più sul vecchio ingresso.

La voce che ricordo, buona e paziente, ancora ci chiama e il profumo ci prende per la vita. Giocare mette una gran fame. La felicità e la serenità mettono una gran fame, ma il pane fresco è già tagliato e il sugo è ormai pronto. Ora lo chiamiamo aperitivo, ma più di vent’anni fa era un segreto tra me, mia sorella e quella voce silenziosa che ci strizzava l’occhio, rubava il ragù al pranzo e ce ne metteva un poco, soffiando, sul pane. 

Passeranno tante altre estati, suoneranno per anni le campane del vecchio Convento e cambieranno le cose, entrerò e uscirò con mia sorella per così tante volte dalla porta del cucinotto incontrando quelle voci che ora mi mancano tanto e poi ci saranno altri luoghi e altre estati, nuove età… ma ancora strizzerò l’occhio in segreto, rubando un po’ di sugo al pranzo per dare un pezzo di pane ancora fresco, ancora caldo e ancora buono, a tutti i miei ricordi.

Grazie a tutti per gli aguri di ieri , di buon compleanno, a me e a mia sorella ❤