Economia della fame

Non è come viaggiare.
Non è come andare da qualche parte, come fare le valigie, programmare un dove, fermarsi lungo la strada, riposarsi e ripartire.
Penso sia più come una tavola più o meno imbandita, a cui sedersi con la propria fame. Lo stomaco che reclama, si contorce, pieno di vuoto e desiderio che rende grandi gli occhi, umide le labbra e teso l’umore. Teso a ogni profumo, a ogni sfrigolio, movimento d’aria e rumore.
A volte qualcuno si siede accanto a noi, a volte qualcuno di fronte, a misurare la nostra fame, ma ogni volta è come ricominciare, mai sazi per intero, con corpi ingordi di sapore.

È così che mi sento: affamata. Non pronta ad andare chissà dove, ma ferma al mio posto, impegnata a controllare quello che mi resta in dispensa per capire cosa farne. Economia delle risorse, economia della fame.

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