Pasta al Sacco o Pasta Reale

Penso spesso a una casa, che non è altro che muri, porte, finestre e un tetto, ma quando ci penso sento l’odore del legno e la luce farsi strada fra le stanze.

Penso alle tende che ho alzato da bambina su cuscini e libri, dove tenere il mio cuore al caldo e al sicuro e penso alle piccole scatole di cartone che con nostro zio decoravamo a Natale perché fossero case, case e ancora case, rifugio per i pastori nel nostro Presepe.

Penso agli scuri impazziti nel vento, dimenticati aperti, che sbattono e sbattono come ali in volo per chissà dove.

I vetri di casa nostra sono sottili, la condensa cade come pioggia e lo spazio è un gioco di incastri e sovrapposizioni. È come avere i piedi che sporgono fuori dalla coperta. Adesso stiamo vicini, rannicchiati e non c’è nulla di più bello che sedersi a tavola in questa piccola stanza, e mentre fuori la pioggia si infiltra fra tutti i rumori, penso a una casa, a un petto capace di tenersi dentro due cuori.

PASTA AL SACCO

Ricetta per due persone:

  • 2 uova
  • 2 cucchiai di parmigiano
  • 2 cucchiai di farina
  • 20 g di burro
  • noce moscata
  • buccia di limone non trattato

Procedimento:

La Pasta al sacco, o Pasta reale, richiede due cotture: la prima al forno e la seconda nel brodo prima di essere servita.
Se volete potete aggiungere una punta di concentrato di pomodoro per colorare la pasta di rosso o degli spinaci per colorarla di verde. Il brodo può essere di carne o di verdure, a seconda dei gusti. Io ho usato il brodo di cappone avanzato dal pranzo di Natale ad esempio.


Per realizzare la Pasta al sacco, mescolate gli ingredienti e poneteli su una teglia rettangolare (per due persone ne basterà una piccola) creando uno strato di circa 1 cm. Infornate per una ventina di minuti a 180°C.

Pasta al sacco appena tagliata

Lasciate freddare, poi tagliate la pasta a dadini.

Cuocete pochi minuti la vostra Pasta al Sacco nel brodo che avrete precedentemente preparato e servite ben calda.
Per ogni persona dovreste considerare almeno un uovo a testa.

Come ogni ricetta tradizionale, ogni casa ha i suoi dosaggi e qualcuno omette il burro. Quella riportata è la ricetta che si usa di solito a casa di mia mamma. Il profumo di formaggio e noce moscata inonda casa ogni volta ed è il piatto invernale per eccellenza nelle Marche!
E voi? Come la fate a casa vostra? 😉

Riso corco o Polenta di Riso

Vi ricordate del mio articolo sulle Pastarelle con l’ammoniaca in cui vi ho raccontato del gattino di due settimane abbandonato? Ecco, il piccolo infame è cresciuto e siccome ci dispiaceva farlo stare da solo durante il giorno… a gennaio abbiamo accolto una nuova coinquilina: Mafalda, per gli amici Maffy.
Maffy, stando ai piani, doveva essere sterilizzata un mese fa, ma tra quarantena e altri impicci l’operazione non si è potuta fare e così ora, in questa casa di 60 metri quadri, siamo in sette.
Il fattaccio è avvenuto sabato pomeriggio e i piccolini sono identici spiccicati al padre (spero non per il temperamento di cui vi avevo raccontato qui ) e la mamma sta bene, decisamente orgogliosa del suo operato. Insomma, non ci siamo ancora sposati che già siamo diventati nonni, anche se, vista la scorta di caramelle Rossana che ho di là, la cosa non mi stupisce affatto.

Ad ogni modo, il parto è iniziato proprio quando stavamo allegramente svaccati sul divanto a goderci, da bravi marchigiani, la sazietà da Riso Corco che ci eravamo felicemente concessi, quindi, per festeggiare le tre nuove piccole pesti, vi racconto questo piatto marchigiano.

Riso corco per due persone:

  • 120 g di riso
  • 1 l di acqua
  • sale
  • 2 cucchiai di farina

La preparazione della Polenta di riso, o Riso corco, è veramente semplice. Basta mettere a cuocere il riso nell’acqua salata e, quando sarà arrivato a fine cottura aggiungergli la farina. Per evitare grumi io ho sciolto a parte la farina in una ciotola, con l’acqua di cottura, per poi versare la cremina nel riso. Girate con una frusta fino a quando la “polenta” non avrà tirato.

Essendo una preparazione di base potete usare il condimento che più vi piace. Io ho preparato un sugo rosso con funghi misti, ma non mi è dispiaciuta neanche in porchetta con fave e finocchietto selvativo (giusto per darvi un’idea), ma potete anche realizzare un gustoso ragù o un sugo con verdure di stagione.

L’unico limite a questo piatto è la vostra fantasia 😉

Per quanto riguarda la farina, per dargli un gusto più rustico e tradizionale io ho usato una farina di tipo 2, ma se si preferisse un piatto glute free è possibile tranquillamente utilizzare anche una farina di riso.

E voi? Avete mai provato questo piatto della tradizione marchigiana? Con quali condimenti preferite la vostra Polenta di Riso?

Crescia sulla graticola

LE MANI CALDE

“Hai le mani calde!” Me lo diceva mia nonna e me lo dice sempre mia mamma.

È un modo di dire. Significa che quando impasto i lievitati crescono bene. Ovviamente il calore delle mani non c’entra nulla. Però è una bella immagine e fa sempre piacere sentirselo dire.

In realtà, anche se non delle mie mani,il calore c’entra eccome: per la lievitazione l’ambiente non deve essere né troppo caldo né troppo freddo, per questo cerco sempre di tenere la massa in un posto riparato e a temperatura costante come il forno, che di solito lascio a una trentina di gradi coprendo l’impasto con un panno bagnato per non farlo seccare. Allo stesso modo, perché il lievito lavori bene, anche l’acqua deve essere tiepida.

Bisogna pensare ai lievitati come a dei corpi che per crescere hanno bisogno di quel gioco di equilibri di cui ogni cosa ha bisogno. Il tutto nel giusto tempo, con pazienza, dando circa un paio d’ore al primo impasto e una buona mezzora ai panetti prima di stenderli (i tempi sono indicativi, buttateci un occhio ogni tanto! D’estate potrebbe volerci meno, poi dipende dalla farina, dall’acqua, da quanto avete lavorato la massa, dalle congiunzioni di Giove, Urano, dal vostro ascendente…).

La cottura sulla graticola della crescia, nella mia casa frattese, è arrivata come una novità affermandosi poi come una piacevole abitudine estiva. A portare questa ricetta, infatti,  è stato il mio compagno, di origini maceratesi.
Ho sempre sentito un bel legame con questa provincia di cui anche mio padre è originario.
Pensando a questa particolare area delle Marche la prima parola che mi viene in mente è genuinità: dei sapori, della cultura e soprattutto della lingua (adoro il dialetto maceratese!).

Ci sono tanti tipi di “crescia” nella nostra regione (vedi per esempio quella sfogliata di Urbino di cui ho scritto tempo fa) e ognuna è buona a modo suo.

La parte della preparazione della crescia sulla graticola che più mi piace, è la spennellata di olio, e la spolverata di sale e rosmarino subito dopo la cottura. Somiglia a un tocco d’artista perché non parlo di un giro d’olio e via, parlo proprio di una spennellata che con l’olio di casa si trasforma in una vera e propria meraviglia.

Per fare tutto più comodamente mi apparecchio sempre un tavolo fuori, vicino alla griglia, dove da una parte stendo la pasta e dall’altra condisco la crescia appena cotta.

Gli ospiti si riuniscono sempre lì attorno per vedere le bolle formarsi sulla pasta e chiacchierare davanti al profumo della griglia, così un pezzo per volta la crescia sparisce e devo ammonire i presenti che abbiano cuore, e che da bravi, ne lascino almeno una per cena.  

La Crescia Sfogliata

URBINO, AMICI, LIBRI E CRESCE DA SFOGLIARE

Ho da poco finito gli esami e mi sono ritrovata a pensare ai miei anni trascorsi da studentessa a Urbino. Un continuo sali e scendi, levatacce, delusioni e tante soddisfazioni.
Lo ammetto, quando si tratta di mangiare noi studenti siamo un po’ incasinati. Abbiamo orari sregolati, ci giostriamo tra bar, mense, insalate, aperitivi e tanto caffè, ma se penso a questo intenso periodo della mia vita, penso che i momenti più belli sono stati quelli trascorsi con i colleghi, intorno a un tavolo, su un muretto o camminando fra i vicoli di Urbino con la crescia sfojata in mano.
Mi è sempre piaciuto questo abbinamento tra Urbino e questa speciale variante di piada tutta marchigiana, probabilmente per la parola sfojata (sfogliata), che in qualche modo me l’ accomuna a un libro e di libri ne ho visti tanti e mai abbastanza in questi anni da studente. La Cescia sfojata appunto come un libro si sfoglia, certo il lavoro lo fa lo strutto, ma anche le mani ci mettono del loro, quando la impasti e la rigiri su se stessa e quando la mangi e te l’avvolgi nel tovagliolo per non perderne neppure uno strato; poi come i libri la crescia è piena di cose buone e ce n’è per tutti i gusti: con gli affettati o con la tipica casciotta di Urbino o come piace a noi a casa, con le foje (erba cotta) e la salciccia (non serve traduzione!). Un piatto semplice e ricco che mia mamma prepara spesso e che ora mi diverto io a impastare, come lei mi ha insegnato. Da mangiare ben calda, anche stasera in giardino, con gli amici, perché se penso all’amicizia, ai colleghi universitari, allo stare insieme, ecco che il profumo di Crescia riempie i miei pensieri e i vicoli di Urbino che amo ricordare.

Ingredienti (x 4 cresce)*:

1 uovo
250 g di farina
50 g di strutto
acqua
sale e pepe

Procedimento:

  • Mescolate gli ingredienti (ma solo 25 grammi di strutto, perché il resto vi servirà dopo) fino a che l’impasto non sarà omogeneo, poi copritelo e lasciatelo riposare per 30 minuti.
  • Dividete l’impasto in panetti (i miei erano di circa 120 g) e stendeteli con il mattarello per ottenere dei dischi piuttosto sottili.
  • Prendete lo strutto che avete messo da parte e stendetelo sui vostri dischetti di pasta e arrotolateli.
  • Una volta arrotolato il dischetto prendete i vostri “cannelloni” di pasta e rigirateli su se stessi a formare delle spirali.
  • Coprite con la pellicola e fate riposare in frigo per 30 minuti.
  • Togliete le rotelle di pasta dal frigo e stendetele con il mattarello.
  • Ora cuocete le vostre cresce sfogliate su un testo ben caldo ( o una semplice padella antiaderente), ricordando di girarle ogni tanto per non farle bruciare.

Farcite la crescia sfogliata come più vi piace e fatemi sapere i vostri abbinamenti preferiti! 🙂

*Io faccio tutto a occhio, pesando gli ingredienti con le mani, quindi fatemi sapere se ci sono errori!

Ciambellone al mistrà

PENSIERI FOTO E ANICE

Ciambellone al mistrà Varnelli

Nascosta dentro al vecchio mobile di legno stava la scatolina di latta con le foto.
Nonna teneva lì i suoi pensieri in bianco e nero. Gli ultimi tempi li sfogliava spesso scansandosi il ciuffo riccio e grigio da davanti agli occhi.
Insieme al ciuffo si scansava una lacrima.
Per tanto tempo la scatolina rimase nel solito mobile di legno.
I ricordi a colori passano più in fretta. Più sono definiti e accesi, meno si sente la necessità di rievocarli, ma quelli in bianco e nero ti tengono sull’attenti. Li guardi e senza sapere come o perché ti accorgi di avere con te quel dettaglio che la macchina si era persa. La maglietta rossa, l’erba verde, gli occhi castani… Quelle foto erano solo in bianco e nero per noi. Chi poteva dire quale fosse il colore del vestito a fiori della zia? E la bisnonna? Di che colore aveva i capelli? Certe cose si perdono, puoi provare solo a indovinarle.
I colori erano per nonna un momento particolare del ricordo. Quando raccontava le sue storie ci teneva tantissimo a informarci che zio aveva indossato proprio una camicia bianca per quella sua stupida impresa, perché ritornando a casa di bianco non era rimasto più nulla. Oppure ricordava perfettamente il fiocco giallo che mamma aveva in testa da bambina, per cui, per un giorno intero, era stata “raggio di sole” ballando sul prato, sotto alla noce. Nonna aveva sempre una gran cura e attenzione per le piccole cose in generale. Ascoltava, annusava, toccava e assaggiava. Non le sfuggiva niente. Per questo dalla cucina, la sera, ne usciva stremata: un tripudio di sensazioni ogni giorno di festa.

Ripensavo alle foto perché dentro a quella scatolina stava una vecchia stellina d’anice. C’era anche una vecchia stecca di cannella, ma il mio pensiero, tra le foto in bianco e nero, fu tutto per quella stellina. Ricordo che mi disse di amare particolarmente l’odore dell’anice perché era un odore festoso. Ricordava il profumo delle cresciarelle a carnevale, delle ciambelle al mosto, del vin brulè quando faceva freddo e dei baffi del nonno la domenica dopo il caffè.
Teneva sempre una bottiglia di Varnelli in casa. Non era una bevitrice. La teneva per gli ospiti, ma soprattutto per cucinare.
Il ciambellone con il mistrà aveva un sapore fresco, buono e semplice. Era il nostro preferito a colazione o a merenda. Di solito lo cospargeva di zuccherini. Ai parenti che la venivano a trovare lo serviva con il caffè. Il ricordo più buono era di quando lo sfornava e il cucinotto si riempiva di quel profumo. Un profumo chiaro, limpido, trasparente di mistrà.
Questo pomeriggio ho aperto il forno e per un attimo la cucina è stata la stessa di più di vent’anni fa e scansandomi il ciuffo da davanti agli occhi ho capito: non esistono foto in bianco e nero.

Ingredienti:

3 uova
200 g di zucchero
80 ml di olio
300 g di farina
50 g di fecola di patate
160 ml di latte
60 ml di liquore all’anice (io nella mia ricetta ho usato il Varnelli)
1 bustina di lievito per dolci
zucchero in granella per guarnire

Procedimento:

Sbattete le uova con lo zucchero finché non diventeranno chiare e spumose, poi aggiungete l’olio e il latte, farina, fecola e lievito setacciati e infine il liquore. Lavorate bene l’impasto finché non diventerà liscio e omogeneo, poi versatelo in uno stampo imburrato e spolverate il tutto con zucchero in granella. Infornate il ciambellone al mistrà a 170°C per circa mezz’ora.
Una volta cotto tirate fuori dal forno e lasciate raffreddare, poi fatemi sapere come è venuto 😀